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Mestruazioni, dall’antichità a oggi: come venivano gestite?

Oggi conosciamo tutto (o quasi) sul ciclo mestruale, sappiamo gestirlo e affrontare “quei” giorni con una certa tranquillità, ma non è sempre stato così, anzi.

In passato le mestruazioni non erano un appuntamento mensile: un’alimentazione poco bilanciata, le gravidanze più numerose con conseguenti allattamenti prolungati e la menopausa precoce rendevano il ciclo un evento sporadico, ma che creava diverse difficoltà.

Non solo, nell’antichità le mestruazioni erano viste come qualcosa di impuro che condizionava negativamente la vita delle persone. Nell’Antico Testamento, per esempio, troviamo scritto:

Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera. Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo; ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà immondo. Chiunque toccherà il suo giaciglio, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera.” – Levitico 15, 19-21

Ovviamente, questa concezione del ciclo non aiutava certo le donne che, oltre a dover vivere lo stigma sociale, dovevano ingegnarsi per risolvere il “problema”.

Antico Egitto, Grecia e Roma: tra falsi miti e soluzioni improvvisate

Possiamo considerare i primi metodi per arginare il flusso come antenati del tampone interno.

Nell’antico Egitto, si usava inserire in vagina del papiro ammorbidito o del lino: di questo siamo certi grazie al Papiro ginecologico di Kahun, il più antico testo medico conosciuto, che contiene ben 35 paragrafi sulla salute femminile e menziona tra i lavori più umili proprio quello delle lavandaie addette al lavaggio dei tamponi delle donne mestruate.

Le cose andavano peggio in Grecia, dove si credeva che il sangue mestruale fosse un residuo di cibo indigesto e che la donna, avendo minore forza vitale dell’uomo, non riuscisse a trasformarlo in sperma. A questo va aggiunta la credenza che il sangue potesse portare le donne a intossicarsi e contagiare gli altri con il malocchio. Per questi motivi durante l’intera durata del flusso dovevano ritirarsi nel gineceo. Tra supposizioni improbabili e ignoranza diffusa, spartane e ateniesi creavano i loro tamponi avvolgendo qualche strato di garza, pelle animale o carta attorno a piccoli pezzetti di legno, che servivano ad agevolarne l’inserimento.

Solo con l’Impero Romano si iniziarono a sperimentare metodi diversi, usando bende di lana da tenere agganciate a cinture legate in vita sotto le vesti. Ma anche a Roma le mestruazioni erano tutt’altro che ben viste, come si evince da questo passaggio di Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia: “All’arrivo di una donna mestruata il mosto inacidisce, toccate da lei le messi isteriliscono, muoiono gli innesti, bruciano le piante dei giardini; dove lei si siede i frutti cadono dagli alberi, al solo suo sguardo si appanna la lucentezza degli specchi, si ottunde il ferro, si oscura la luce dell’avorio, muoiono le api degli alveari, arrugginiscono istantaneamente il bronzo e il ferro e il bronzo emana un odore terribile.

Dal Medioevo all’Epoca Moderna

Durante gli anni bui del Medioevo, alcune superstizioni come quelle sul malocchio, sulla capacità delle donne mestruate di rovinare i raccolti, di trasformare il vino in aceto e molte altre si mantennero vivide. Le mestruazioni erano un vero e proprio tabù e le donne vivevano il ciclo come un segreto da nascondere. I metodi per assorbire il sangue erano due: cucire dei pantaloncini che tenevano fermi dei panni in cotone o usare lo Sphagnum palustre, un particolare tipo di muschio dall’alto potere assorbente. Per tutte, comunque, abbondava il colore rosso nel guardaroba… proprio per mimetizzare le possibili macchie di sangue!

A partire dal 1600, le donne dei ceti più abbienti potevano indossare le culotte maschili per sostenere dei panni assorbenti che venivano sostituiti periodicamente. Le condizioni igieniche però non erano delle migliori: la detersione intima non era considerata una priorità, anzi si riteneva che lavarsi aumentasse il flusso, per questo si usavano unguenti profumati per coprire i cattivi odori.

In età vittoriana si iniziarono ad usare le cinture mestruali che però risultavano scomode, creavano abrasioni e rendevano difficoltoso fare pipì.

È solo alla fine del 1800 che fecero capolino i primi assorbenti, anche se molto diversi da quelli che conosciamo oggi. Pare che il merito dell’invenzione vada attribuito al Dr. Joseph Lister: i suoi Lister’s Towels, distribuiti dalla Johnson&Johnson, erano dei panni lavabili legati a un supporto da indossare sotto alla biancheria intima, che però non riscossero il successo sperato dal momento che le donne non li acquistavano per imbarazzo e/o per il costo elevato.
Con la Prima Guerra Mondiale, alcune infermiere si accorsero che un materiale usato per medicare le ferite dei soldati aveva un elevato potere assorbente: si trattava del Cellucotton, commercializzato dalla Kimberly-Clark. Terminata la guerra, l’azienda convertì la produzione e iniziò a distribuire un assorbente usa e getta – il Kotex – fatto di questo materiale.

Per favorirne l’acquisto, i negozianti lasciavano i prodotti nei loro punti vendita insieme a una scatola in cui le clienti potevano inserire il denaro, senza dover interagire con i commessi in cassa.
Negli anni ’30 venne invitato il primo tampone interno, che nel 1936 fu registrato con il nome Tampax®. Anche in questo caso però non mancava la disinformazione: il tampone veniva infatti venduto solo alle donne sposate, in quanto si pensava potesse far perdere la verginità. Per le stesse preoccupazioni morali, anche la coppetta mestruale in gomma, brevettata negli stessi anni, fu un flop.

Ci pensò la Seconda Guerra Mondiale a diffondere l’uso dei Tampax, quando le donne iniziarono a lavorare nelle fabbriche per sostituire gli uomini al fronte e avevano bisogno di un assorbente comodo e pratico.

Con il boom economico ripresero piede gli assorbenti esterni, realizzati in cotone lavabile e tenuti fermi con spille da balia.

Tra gli anni ‘80 e ‘90 però la diversa partecipazione delle donne nella società rese fondamentale lo sdoganamento di metodi comodi e veloci per gestire il ciclo mestruale: si iniziarono quindi a diffondere gli assorbenti usa e getta dotati di strisce adesive nella parte posteriore per tenerli saldi in posizione.
Oggi fortunatamente abbiamo a disposizione svariate soluzioni per gestire le mestruazioni, ma tendiamo ancora a usare troppi eufemismi per definire questa funzione fisiologica, quasi sempre per imbarazzo. Ci auguriamo che nel prossimo futuro l’argomento non sia più tabù e venga sempre più sdoganato l’uso della coppetta mestruale: sapendo quello che hanno dovuto sopportare le donne nella storia, la comodità di Alia Cup va sfruttata!

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